giovedì 9 aprile 2009

babelfish, o anche siamo al cazzeggio

Lavorare con voi sarebbe per me un’opportunità per capire come si fa veramente questo mestiere, eliminando dal mio immaginario inconscio le storture cui mi ha assuefatta il mio paese.

To work with you would be for me an opportunity in order to understand like makes truly this trade, eliminating from my imaginary unconscious storture which my country has accustomed me.

(vien voglia di riprendere in mano guida galattica).

orpo!

una mia amica su facebook ha messo una foto in mutande. e reggiseno (ma di quello non c'aveva veramente bisogno). ora tutte le volte che fa qualcosa appare lei in mutande.

occorrenze

luciano ligabue 313.000
antonio ligabue 50.600
piero pelù 304.000

l'umore è pessimo

e l'odio lievita. ma sentimi bene, secondo me 'un mi regna neanche questo.

quando dici "severgnini un moderato"

dici bene, ma ogni tanto si scrolla di dosso il suo acume cento per cento DC e ti fa il titoletto riottoso. (tuttavia non credo avrà la stessa fortuna di c'hanno la faccia come il culo)

la nazione tutta è giustamente

impegnata a occuparsi in vario modo (sia costruttivo che semplicemente isterico) del terremoto abruzzese, è normale. ma intanto nel mondo succedono cose:
pirati redarguiti da hillary clinton e con l'FBI alle calcagna, i georgiani protestano contro il premier, in moldavia succede di tutto, e l'iran ha messo in funzione non so che cosa ma in ogni caso nucleare.

il proverbiale rumore dell'albero che cade

e sovrasta il silenzio della foresta che cresce, dovrebbe beneficiare del trade off finale che poi magari uno passa di là e dice cacchio ma questa foresta cinquant'anni fa non c'era! (e io c'ho sempre fatto parecchio affidamento su questo meccanismo, ma non divaghiamo). ecco dicevo, il trade off spesso non si manifesta, perchè ciò che è lento non fa notizia. ma cambiando la prospettiva solo per un secondo, prova a pensare quanto è diverso il mondo dall'inizio dell'integrazione europea in avanti, quanti meno scazzi, quante meno guerre, quasi quasi ci stanno simpatici pure i francesi. e tornando alla prospettiva solita, quella attenta all'attimo imminente e basta: i primi fondi invocati da berlusconi per far fronte alla tragedia abruzzese sono quelli dell'unione europea. così come parecchi dei progetti di ricerca dell'istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (tra i quali uno destinato ad avvertire in tempo le popolazioni del rischio sismico) vengono finanziati dalla esigua parte di imposte che diamo alla UE.

mercoledì 8 aprile 2009

la prevenzione e il vaccino

per il papilloma virus sono importantissimi e fa bene la regione toscana ad informare le cittadine. ma lo spot che va in onda sugli autobus è inquietante.

martedì 7 aprile 2009

la voglia di andare lì (abruzzo/1)

e vedere coi propri occhi è tanta. ma non posso, ed è cinico pensare a castrofi del genere dal mero punto di vista proprio, mio, il punto di vista di chi ha voglia di capire e vedere e raccontare, senza esserne poi in definitiva coinvolto.

una cosa utile, però si può fare anche da qui, controllare. aiuti promessi all'abruzzo:

- confindustria (emma marcegaglia): soldi, farmaci, collaborazione imprese edili
- governo italiano (silvio berlusconi): fondo europeo crisi, ammortizzatori sociali per autonimi e commercianti
- partito democratico (dario franceschini): risorse logistiche del partito. (cucine da campo, tendoni etc.)
- banca monte dei paschi: ristrutturazione basilica san bernardino
- alcuni dei mille e mille enti che hanno aperto conti correnti per la solidarietà.

non mi interessa adesso dibattere sulla bontà delle intenzioni, sul tema degli aiuti dall'estero, sul modo di gestire la crisi. non ci capisco una cippa di protezione civile. voglio rileggere questo p*** tra sei mesi, tra dodici, tra ventiquattro. e vedere quante promesse son state mantenute.

lunedì 6 aprile 2009

il dramma nel dramma

bruno vespa è de l'aquila.

domenica 5 aprile 2009

siamo un esercito (festival del giornalismo di perugia)

quattro o cinquecento ragazzi tra i venti e i trent'anni, tutti vestiti nello stesso modo - che si suppone essere il modo in cui si vestono i giornalisti in italia - tutti con gli stessi giornali in mano. è una delle prime volte in vita mia che mi rendo conto di essere uno stereotipo, entrata da qualche minuto al teatro pavone di perugia durante l'incontro tra gianni riotta e john lloyd. nascondo l'internazionale cercando di eliminare almeno un segno distintivo. camicie azzurre o a righe. maglioncini. scarpe basse e tendenzialmente comode, ché questo, si sa, è un mestiere che si fa con la suola delle scarpe. luigi mi chiede: ma tu vuoi fare la giornalista? mi sembra strano che non lo sappia. lo sanno tutti. è stupito, forse un po' deluso. io non leggo neanche i giornali, mi spiega. emanuele lo guarda come se fosse un alieno. resistiamo venti minuti e usciamo. all'incontro successivo tony capuozzo non si presenta, ma lo scopro più tardi, ci siamo andati attirati dalle proverbiali occhiaie ma non l'abbiamo aspettato. abbiamo preferito mangiare e poi vedere che succedeva all'incontro sulla stampa universitaria. a parte un paio di relatori, gli altri davano l'impressione di non sapere minimamente come si fa a parlare in pubblico. una ragazza era talmente tesa da non ricordarsi che facoltà frequenta. abbiam riso molto su questa cosa. ma è facile per noi, siamo radiofonici da strapazzo, le chiacchiere sono il nostro pezzo forte, vorrei proprio vedere cosa combineremmo con una telecamera puntata addosso. poi i ragazzi se ne sono andati e io sono rimasta sola col puzzle che pare essere il futuro. vado all'incontro sul giornalismo economico. parlano della crisi delle banche, del G-20. a un certo punto però non possono più ignorare noi, l'esercito in clarks e giacche di velluto, uno dei relatori mi dà una buona notizia, crede nella specializzazione. bene, su questo ci siamo. ma non si va oltre. è chiaro a tutti che il mercato è bloccato, non c'è posto per noi. usciamo in mezzo al delirio per marco travaglio che deve arrivare. una situazione surreale, se vuoi te la racconto in un altro p*** Zero, ché non ha nulla a che fare col giornalismo. ti basti sapere che gli esclusi dall'incontro battevano i pugni sui vetri delle porte. nemmeno ci fossero i beatles.
al mattino successivo do dimostrazione al mondo ancora una volta che non c'è modo di farmi far tardi a qualcosa di improrogabile. non importa se sei barista o minimetrò, non mi farai perdere adrian monk. adrian monk non è quello del telefilm, è il direttore del master di giornalismo dell'università di londra. il master è rivolto a ragazzi di tutto il mondo. afgani, siriani, nigeriani, europei. abbiamo dovuto prenotare per incontrare questo quarantenne biondo e concreto. oltre alle scarpe, ha anche pantaloni e maglietta comodi, sembra voglia dirmi che non si fa solo con le suole questo lavoro. si fa con tutto il corpo. ci mette esattamente 13 minuti a utilizzare la parola che temevo: mission. se siete qui, e se siete intenzionati a fare i giornalisti il vostro obiettivo non è avere una casa con il giardino a quarant'anni e il resto. noi siamo gente che ha una missione. siamo ancora a parlare di vocazione, ma anche su questo se vuoi ci torno in separata sede, Zero.
noi, quelli che hanno prenotato, quelli con lo stesso quadernetto in mano, abbiamo ben altre domande. quanto costa? quanto dura? i vostri ex studenti hanno trovato un buon lavoro? e soprattutto: la vostra scuola ci darà l'accesso all'ordine dei giornalisti italiano? abbiamo quasi tutte le informazioni che abbiamo chiesto. ma quella sull'accesso all'ordine no. è chiaro che a londra ti insegnano esattamente tutto quello che devi sapere per fare il giornalista, ma poi sarà praticamente impossibile tornare a farlo in italia.
adrian monk ci invita ad andare a sentire seymour hersh. e noi sciamiamo da una sala all'altra. ha settantadue anni, scrive per il newyorker, ha scritto per il ny times. ha documentato e scoperto molte cose su abu ghraib, sul vietnam. ha vinto il pulitzer a 33 anni. ha una figlia di quindici anni. ha avuto il tempo di fare praticamente tutto, nella sua vita privata e nella sua carriera. non riesco a non pensare che io non l'avrò, ho un cromosoma X di troppo. ci fa ridere e ci spiega la guerra, berlusconi e bush, l'america. è meravigliosamente asciutto. noi l'amiamo. e lui ci dice che il lavoro dei giornalisti non è amare. lo sappiamo, ma ci fa bene sentircelo dire. a tutto quanto l'esercito, e molto a me. finalmente sento qualcosa che abbia a che fare con il senso del mestiere, qualcosa che abbia significato.
ma qui non si riesce a capire come diavolo ci si arriva, in una settimana di festival. forse non ci si arriva.

cambia la stagione

i segni evidenti nella provincia italiana, nel centro sud toscana, insomma qui al paesello mio bello, sono: il vicino di casa che alle 9 di domenica pota in modo drastico le piante rampicanti del gazebo utilizzando la Sega Più Potente Del Globo, la moglie cerca invano di spostare i due cedri che si è fatta arrivare a dorso di cammello da beirut, la nipotina dei due sfila sulle scale di casa indossando un abitino viola di moschino della collezione bimba sping&summer 2009. alla finestra della casa accanto una tipa in reggiseno, svegliata dal cugino cinquenne con una magistrale ombrellata (la persona corta ha imparato fuori stagione ad aprire gli ombrelli, ed ora ottiene soddisfazione di ciascun esemplare gli capiti a tiro in qualunque condizione atmosferica, e in qualunque stanza della casa) mette lenzuola gialle sotto al piumone verde al ritmo di jovanotti - un disco un po' vecchio. il cinquantenne padre della tipa e zio del cinquenne decide arbitrariamente di imbiancare sala, la moglie lo insegue armata di una teoria di spugnette e stracci per non sporcare, il nonno sovrasta i rumori del litigio bestemmiando perchè in malesia piove - e il gran premio viene sospeso. tutte cose che possiamo sapere perchè è cambiata la stagione e le finestre sono aperte.

our job is not to love

prima che evaporino impastate nelle cose che vanno fatte, bisogna che scriva delle cose che si devono fare.

giovedì 2 aprile 2009

quando alcuni sassolini diventano un mucchio?

se ne aggiungi uno sull'altro, a che punto puoi dire che sono un mucchio di sassolini e non più alcuni sassolini?

la corte costituzionale ha bocciato parti della legge 40, a quattro anni dal referendum che non raggiunse il quorum. te lo ricordi? io si. faceva caldo, avevo degli esami. si diceva fecondazione assistita e tutti pensavano alla bioetica, qualcuno faceva discorsi terroristici sull'eugenetica. il centrodestra era contrario, il centrosinistra non prese posizione. c'erano 4 quesiti e chi dichiarava il voto diceva che ad uno dei quattro avrebbe risposto no. ma mai lo stesso. i media aumentarono la sensazione di casino, si capì praticamente subito che non saremmo mai arrivati al quorum, e infatti andarono a votare un quarto degli aventi diritto, e addirittura per alcuni quesiti meno: al referendum si possono rifiutare le schede. fuori dai seggi c'erano i movimenti per la vita, e nessuno dei partiti. libertà di coscienza. la confusione era totale.

al prossimo tema etico (e ce ne sarebbe uno che circola, mi pare), che facciamo? aspettiamo la corte costituzionale? o peggio: c'è da risistemare la legge 40, facciamo un passo avanti con questa e ci facciamo battere sul testamento biologico?

waterloo, wonderbra, telefonare ore pasti, obama

De Bortoli al corriere (di nuovo. giubilo popolare. non mi pare fossimo così contenti quando c'era, si vede che è cambiata la prospettiva) e Riotta al sole24ore. a chi lo lascia il suo studio, quello più elegante di tutti? reggiti forte: Belpietro.

peggio di così non può andare? potrebbe cominciare a piovere.

mercoledì 1 aprile 2009

scarto generazionale

obama ha regalato alla regina elisabetta un ipod, lei gli ha regalato una sua foto. (sua di lei).

io le copio in cartelle distinte per argomenti

problemi? e te? butti tutto? le stampi? tieni solo quelledi qualcuno? beh, c'han fatto uno studio su: psicologia spicciola sui conservatori di mail.